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Editoriale

di Daniele Costantini

Lo scrittore americano Jonathan Franzen, autore di romanzi come “Le correzioni” e “Libertà”, in una intervista rilasciata tre anni fa, ha dichiarato che «le serie tv stanno rimpiazzando il bisogno che veniva soddisfatto da un certo tipo di realismo del XIX secolo. Quando leggi Dickens ottieni gli stessi effetti narrativi che ti danno le serie tv…». Una dichiarazione che ha fatto molto discutere. Aldo Grasso, il critico televisivo del Corriere della Sera, l’ha subito ripresa in polemica con i teorici della morte del romanzo, cioè «di quelle grandi narrazioni che rispecchiavano e insieme criticavano la società», invitandoli a «dare un’occhiata non solo ai libri ma anche ad altre forme narrative, ad altri media. Tipo la serialità americana». novecento(1)

Bernardo Bertolucci, autore di importantissimi film come “Ultimo tango a Parigi”, “Novecento” e “L’Ultimo Imperatore”, in una intervista dello scorso settembre, ha affermato: «Le serie che vedo sono più belle di quasi tutti i film hollywoodiani anzi, le aspetto con ansia, e non aspetto più i film, nemmeno quelli con cast stellari. Trovo nella fiction quello che non vedo più al cinema. I più bei film di questo momento per me sono dentro le serie, hanno riconquistato i tempi che il cinema ha fatto a pezzettini, ingoiato e fatto sparire; i tempi della serialità sono quelli del cinema che amavamo». Della stessa opinione è Carlo Freccero, ex direttore di Rai2 e Rai4 e attuale direttore del “Roma Fiction Fest”: «…l’immaginario della fiction è più vero e nero di quello del cinema, perché mette in scena le paure che non possono esprimersi a livello conscio, porta alla luce gli incubi segreti. Ed è fatta per un pubblico, la borghesia illuminata, che oggi l’ha sostituita al cinema e alla letteratura: Netflix, Amazon, ci si sono buttate».

In un recente incontro con gli allievi della nostra scuola, Mark R. Harris, produttore di “Crash: contatto fisico” e della serie basata sul film stesso, ha affermato che «oggi gli autori e i registi del cinema indipendente americano lavorano prevalentemente per la televisione realizzando serie tv».true-detective Matthew McConaughy, protagonista con Woody Harrelson della formidabile serie “True detective”, ha riecheggiato, in un momento e in un contesto diversi, la dichiarazione di Bertolucci dicendo: «Questa è l’epoca d’oro della televisione, oggi si realizzano cose originali, uniche e rischiose, come faceva il cinema negli anni ’70». E a proposito di “True Detective” ha aggiunto: «Che bomba! Meglio ancora di quanto mi ricordassi girandola. Un classico della letteratura hard-boiled mescolato a un saggio filosofico». La serialità che prende il posto della letteratura, appunto.

Lo scrittore Francesco Pacifico, autore del romanzo “Storia della mia purezza”, commentando il romanzo “Libertà” di Franzen, ha osservato: «Franzen manda indietro l’orologio del genere romanzo per vincere la battaglia contro la nuova forma d’arte del nostro tempo, la serialità televisiva di alta qualità, che ha già capolavori assodati in “Six Feet Under”, “Sopranos”, “Mad Men” e “The Wire”, opere di sorprendente complessità, varietà e generosità narrativa, umana e tematica, e al contempo di largo consumo».

Alla luce dei fatti, e delle autorevoli opinioni riportate, saremmo ciechi se non rilevassimo che la serialità ha acquisito una centralità che mai aveva avuto. «Quelle grandi narrazioni che rispecchiavano e insieme criticavano la società», le troviamo raramente nei romanzi, quasi mai nei film, sempre più spesso nelle serie tv, soprattutto in quelle americane, talvolta in quelle inglesi e nord-europee. Certamente non in quelle italiane, anche se le serie “Romanzo Criminale” e “Gomorra”, entrambe prodotte da Sky, hanno lanciato un segnale molto forte, hanno affermato una tendenza forse irreversibile. Segnali e tendenze che potrebbero costringere al cambiamento anche Rai e Mediaset, per ora quasi del tutto immobili, ferme a una serialità datata, spesso sciatta e di incerta professionalità. 1401285537_Gomorra_genny_savastanoIn attesa che l’auspicato cambiamento si realizzi, è in questo contesto di stagnazione che si trova ad operare la nostra scuola di cinema. Ma nessuna scuola di cinema può, ormai, limitarsi allo studio delle tecniche e dei linguaggi della forma-film. È necessario allargare l’orizzonte e attrezzarsi per affrontare la forma della narrazione seriale, che ci obbliga però, lo si voglia o no, a modificare abitudini codificate, atteggiamenti e posizioni cristallizzati. Mettendo al centro non più il regista-autore (un modello che domina da anni nel nostro cinema e con molti equivoci) ma il creatore della serie, lo scrittore, la narrazione seriale riequilibra il rapporto tra i registi e gli sceneggiatori, un rapporto quasi sempre a sfavore di questi ultimi. L’autore di “The Wire” è David Simon, a capo di un team di sceneggiatori e registi di altissima professionalità. “Six Feet Under” è stata creata da Alan Ball. “The Sopranos” da David Chase, che si è ispirato a “Goodfellas” di Martin Scorsese. La recentissima “House of Cards” da Beau Willimon, che l’ha tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore inglese Michael Dobbs.

“True Detective” fa eccezione. È stata creata e scritta da Nic Pizzolatto, e diretta da un solo regista, Cary Joij Fukunaga. Ma è una serie anomala. Nella seconda stagione racconterà un’altra storia con altri personaggi.

Al contrario, rispettando la norma, la serie “Gomorra”, venduta in settanta paesi e considerata quale il miglior prodotto seriale mai realizzato in Italia, è stata diretta da tre registi: Stefano Sollima, Francesca Comencini, Claudio Cupellini (al primo era affidata la supervisione). E scritta da quattro sceneggiatori: Stefano Bises, Leonardo Fasoli, Ludovica Rampoldi, Giovanni Bianconi, guidati dallo stesso Saviano.

Una scuola, dunque, deve essere in grado di formare nuovi autori capaci di ideare e scrivere storie per il cinema e per la narrazione seriale, registi attrezzati per dirigerle, attori per interpretarle, insieme, naturalmente, a nuovi direttori della fotografia, montatori, tecnici del suono, organizzatori della produzione.

Poiché siamo cittadini di un paese dal passato cinematografico straordinario, il paese di Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Luchino Visconti e Federico Fellini, è possibile che stia già muovendo i primi passi qualche nuovo regista-autore capace di emulare i maestri sopra nominati. Come stanno facendo, da qualche anno e con grandi risultati, Matteo Garrone e Paolo Sorrentino. Ma, non a caso, quest’ultimo sta lavorando a una serie televisiva.