Come è cambiato il lavoro

Come è cambiato il lavoro

di Dario de Judicibus

L’Italia è un Paese basato sul lavoro. Non si tratta di una frase a effetto e tanto meno di uno slogan politico: è un principio costituzionale che è stato alla base della nostra società da quando il nostro Paese è diventato una Repubblica fino al 2000, circa. Che il lavoro fosse presso la bottega di un mastro artigiano, guadagnato dopo anni di apprendistato senza paga; da elettricista o idraulico, appreso in un istituto professionale o con una scuola per corrispondenza; in banca o in un ufficio, timbrando il cartellino la mattina in ingresso e il pomeriggio in uscita; da professionista, conseguente a una laurea e ad un esame di stato per poi forgiarsi dell’altisonante titolo di “dottore”, l’aspirazione di quasi tutti gli studenti era quella, finiti gli studi, di trovarsi un posto fisso che permettesse di farsi una casa e metter su famiglia. Insomma, la gente voleva garanzie di stabilità, per sé e per i propri figli.

Oggi non è più così. Il mondo è cambiato e nel cambiare ha trascinato anche il nostro Paese in scenari più complessi in cui si fa fatica a trovare dei punti di riferimento. Non che non ce ne siano, anzi, forse ce ne sono pure troppi, ma sono in continua evoluzione e quelle certezze che avevano i giovani negli anni Settanta e Ottanta sono scomparse, così come è scomparso molto di quell’impegno civile e quella voglia di cambiare la società che ha caratterizzato la mia generazione e quelle successive. In effetti il mondo è cambiato, ma forse non come speravamo noi.

Molti diritti e certezze, anche sul piano legislativo, sono sfumate, erose da una globalizzazione che non sempre ha rispettato valori e culture. Questo ovviamente non vuol dire che oggi il mondo sia peggiore di quello di una volta, anzi, in moltissimi settori è sicuramente migliore, ma se da una parte la rete e le comunicazioni lo hanno reso “più piccolo”, dall’altra lo hanno complicato e hanno velocizzato tutti i processi, inclusi quelli di trasformazione e cambiamento.

Mestieri che esistevano una volta sono scomparsi o si sono trasformati, mentre nuove attività professionali e competenze sono apparse sul mercato. Una volta si poteva essere calzolai o bottegai, architetti o farmacisti, ingegneri o bancari; oggi molti di questi lavori ancora esistono, anche se spesso si sono modellati su nuove esigenze o aperti a nuove specializzazioni, ma ce ne sono molti altri che rendono decisamente difficile rispondere alla fatidica domanda “Ma tu, che lavoro fai?”.

In questo scenario articolato e in continuo mutamento, i vecchi riferimenti non sono più di alcun aiuto. In passato, la scelta era più semplice: potevi lavorare subito dopo la scuola dell’obbligo, fare un istituto tecnico o professionale e poi cercare lavoro, o proseguire gli studi fino a prendere una laurea, e quindi, a seconda della specializzazione, intraprendere un ben definito percorso di carriera. Chi trovava lavoro se lo teneva ben stretto e già si vedeva su quella stessa sedia molti anni dopo ad aspettare la meritata pensione.

Oggi sta diventando sempre più comune saltare da un lavoro all’altro, avere due o tre occupazioni che nel complesso permettano comunque di arrivare a fine mese, lavorare magari di più in certi periodi dell’anno e stare senza lavoro o praticare attività sporadiche e occasionali negli altri mesi.

In effetti siamo ancora in un periodo di transizione. Il sistema previdenziale è ancora legato al “posto di lavoro” piuttosto che al “lavoratore”, rendendo complesso, ad esempio, passare da un lavoro dipendente a uno autonomo per poi lavorare part-time o fare entrambe le cose contemporaneamente. Forse un giorno le cose cambieranno, il sistema si stabilizzerà su nuovi principi e valori, ma per il momento sta al singolo trovare i propri punti di riferimento e cercare la stabilità non nell’occupazione ma nelle proprie competenze e nella fiducia in sé stessi.

Quali sono dunque gli ingredienti di questa nuova ricetta dell’occupazione del Terzo Millennio? Sostanzialmente cinque. Il primo l’ho già menzionato: sapere. Saper fare, saper dire, saper capire, quello che con un neologismo anglosassone chiamiamo know-how. Questo è sempre stato vero, ma in un mondo in continua evoluzione, star dietro ai cambiamenti che caratterizzano ormai qualsiasi settore lavorativo è una vera sfida. In pratica, l’unico modo, è partire dal presupposto che non solo si studierà per tutta la vita, ma che se si dovesse cambiare lavoro per scelta o per necessità, potrebbe essere necessario ripartire da capo, anche più volte. In pratica, essere il superesperto di una certa materia sarà sempre più difficile. Gli esperti oggi sono i team, tanto che il saper lavorare in squadra e gestire la propria leadership è diventata una necessità in moltissime aziende.

Il secondo ingrediente è la fiducia in noi stessi, la nostra capacità di essere resilienti e l’accettazione del fallimento come una misura della nostra attitudine a ottenere il successo. Non è solo una questione psicologica ma anche di metodo. La fiducia non nasce dal nulla ma dalla consapevolezza di potercela fare, di essere in grado di superare gli ostacoli e di rialzarsi dopo una sconfitta perché l’abbiamo già fatto e sappiamo di avere gli strumenti per farlo.

Terzo ingrediente: la capacità di adattarsi. Questo è un mondo in continua e rapida evoluzione e solo se riusciamo a stare al passo delle trasformazioni che avvengono attorno a noi potremo continuare a cavalcare l’onda. Oggi il cambiamento non è più un evento, né per i singoli individui e neppure per le aziende e le organizzazioni: è il nuovo status quo, un vero e proprio ossimoro, quindi.

Quarto ingrediente: attraversare i confini. Non sto parlando solo di quelli territoriali, ovvero abituarsi a viaggiare, a vivere anche brevi periodi in altri Paesi, a conoscere le lingue oltre che le abitudini e i costumi di altri popoli. Sto parlando di “attraversare lo specchio”, ovvero essere disposti, ogni qual volta ci si trova davanti una linea di demarcazione, a passarla, senza guardarsi indietro.

Quinto ingrediente: fare scelte consapevoli. Volete fare qualcosa che vi piace ma che potrebbe non avere mercato, o che vi potrebbe portare a confrontarvi con molta più concorrenza del previsto? Fatelo, ma dovete sapere a cosa andate incontro. Volete invece trovarvi la strada spianata, vi piace vincere facile? Andate dove vuole il mercato, indipendentemente da cosa vi piace; le soddisfazioni ve le prenderete nel tempo libero, se il vostro obiettivo sono soldi e carriera. Insomma, non avete alcuna scelta preclusa, ma non fatela col cuore bensì col cervello.

In pratica dovete essere coscienti di quello che sapete, di quello che volete e di quello che scegliete, e allo stesso tempo affamati di nuovo e di sapere, finché non diventerete voi stessi il vostro stesso punto di riferimento. Tutti gli altri riferimenti sono solo boe sulla superficie dell’oceano. Potete usarli ma dovete essere consci che possono cambiare in qualsiasi momento e che non potete farci affidamento per sempre.

Questo è un mondo in cui fare piani a lungo termine è scarsamente remunerativo. Quella che dovete avere è una visione, un obiettivo, sapendo tuttavia che potreste doverla cambiare in corso d’opera, dopo di ché dovete giocare sul breve termine, fare un passo alla volta, valutare la situazione e scegliere il successivo, un po’ come in quei giochi da tavola strategici dove le carte possono vanificare in un attimo qualsiasi strategia che vada più in là del proprio turno di gioco.

Questo è vero soprattutto nei cosiddetti lavori artistici, dove troppo spesso si pensa che la creatività la faccia da padrona e si lascia la tecnica in secondo piano. In realtà non è così: metodo, tecnica, il saper fare, è un fondamento sostanziale anche dell’estro artistico più ricco e produttivo. Siamo oltre sette miliardi di persone e viviamo su un pianeta sempre più piccolo, dove si possono acquistare servizi e prodotti, inclusi quelli artistici, da qualsiasi parte del mondo. Se volete sopravvivere a una concorrenza sempre più ampia e spietata dovete costruirvi un vostro elemento distintivo che faccia sì che ciò che sapete fare e che fate venga preferito al sapere e all’abilità di tutti gli altri. L’attitudine non basta: bisogna costruire su di essa una professionalità che è fatta di molte componenti, incluse quelle relazionali e commerciali.

Oggi il dipendente di una grande azienda spesso lavora come una volta operavano solo i professionisti, un operaio deve avere le competenze di un tecnico, un artista deve saper essere anche un venditore, quantomeno di sé stesso, se non del proprio prodotto.

Questo mondo non è né migliore né peggiore del precedente: solo diverso. Sta a voi capire come trasformare questa diversità in un’opportunità.