Da Gomorra a True Detective

Da Gomorra a True Detective

Da “Gomorra” a “True Detective”

di Daniele Costantini

La seconda stagione della serie televisiva “Gomorra”, ancora in fase di realizzazione, è stata venduta in centotredici paesi. La prima stagione, in cento. Non disponiamo di dati precisi, ma per poter citare una serie televisiva italiana di pari successo internazionale, crediamo si debba risalire agli anni ’80, quando venne realizzata “La Piovra”(1984), diretta da Damiano Damiani, scritta da Ennio De Concini e interpretata da Michele Placido.

Le due serie, “Gomorra” e “La Piovra”, oltre al grande successo e ai notevolissimi ascolti, hanno in comune la struttura narrativa: sono state costruite entrambe come dei racconti lunghi, come dei veri e propri romanzi televisivi a puntate. Ne“La Piovra” si racconta l’epopea del Commissario Cattani; in “Gomorra”, quella del clan, della famiglia Savastano. Dunque, nel primo caso, lo spettatore è chiamato ad una immersione nel mondo, professionale e privato, di un commissario di polizia, e della sua squadra, in guerra contro Cosa Nostra; nel secondo, viene guidato nell’universo di una potente famiglia di camorra, con i suoi alleati, i suoi nemici.

“La Piovra” era figlia del cinema “di impegno civile” di grandi registi come Francesco Rosi ed Elio Petri, e anche dello stesso Damiani. In particolare, pensiamo a due celebri film del regista napoletano, “Salvatore Giuliano”(1960) e “Le mani sulla città”(1963); a due non meno importanti opere di Elio Petri, “A ciascuno il suo”(1967), tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, e “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (1970); oppure a “Il giorno della civetta”(1968), anche questo tratto da un romanzo di Sciascia, e “Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica”(1971), entrambi di Damiano Damiani.

“Gomorra”, che appartiene al genere “gangster”, ha, invece, scarsi precedenti sia nel nostro cinema che nella nostra serialità televisiva, con l’eccezione della serie “Romanzo Criminale”. Come ben noto, è basata sull’omonimo romanzo di Roberto Saviano, un fortunatissimo esempio di “non-fiction novel”, o “romanzo verità” (nella dizione usata in Italia dalla pubblicazione, nel 1966, di “A sangue freddo” di Truman Capote). Ma, mentre “La Piovra” era in continuità con il cinema dei registi sopra nominati, la serie “Gomorra” si discosta moltissimo dal romanzo di Saviano. Le differenze tra il romanzo e la serie sono evidentissime, oltre che sostanziali.

Il romanzo, costruito con la passione del cronista e il distacco critico dell’analista, racconta fatti realmente accaduti, descrive situazioni e luoghi reali, cita nomi e cognomi di camorristi altrettanto reali. La serie, al contrario, fa vivere allo spettatore, dall’interno, le vicende della famiglia Savastano, lo spinge all’empatia con i personaggi che la costituiscono, personaggi di pura invenzione, per quanto modulati sulle caratteristiche di criminali tuttora operativi nel territorio campano.

Dunque, da un romanzo “non-fiction” a una serie di pura fiction, che richiama “Il Padrino”(1972) di Francis Ford Coppola, piuttosto che “Le mani sulla città”(1963) di Francesco Rosi. Una contraddizione insuperabile, visto che è stata scelta, appunto, la strada dell’identificazione, dell’empatia. Tuttavia, i produttori, Cattleya e Fandango, il regista e supervisore artistico, Stefano Sollima, e gli autori delle sceneggiature, Stefano Bises e Leonardo Fasoli, hanno realizzato una fiction di qualità inconsueta per la serialità italiana. Un risultato ottenuto grazie non soltanto alle proprie capacità professionali e artistiche, ma anche al fondamentale apporto di Sky. È infatti difficile immaginare la Rai, o Mediaset, alle prese con una serie tratta dal romanzo di Saviano. Non è azzardato affermare che, senza Sky, “Gomorra-la serie” non avrebbe mai visto la luce. Ma questo è un discorso complesso, che riguarda l’assetto del sistema televisivo italiano (per fortuna, a quanto sembra, in via di definitivo cambiamento).

Dicevamo della qualità di “Gomorra-la serie”, una qualità molto alta, sicuramente comparabile a quella delle migliori serie americane. Pertanto, sarà interessante assistere alla messa in onda della seconda stagione di “Gomorra” e al contempo alla seconda stagione di “True Detective”. Forse, quest’ultima, la serie più intensa e innovativa dai tempi della prima stagione di “The Wire”, nel 2002.

Come annunciato, la seconda stagione di “True Detective” presenterà protagonisti diversi, non più i formidabili Matthew McConaughey e Woody Harrelson, ma Colin Farrel e Vince Vaughn, nei ruoli, rispettivamente, di un detective privato dalla coscienza sporca, e di un potente criminale che rischia di perdere il suo impero. Nic Pizzolatto, il creatore della serie, ha recentemente dichiarato di essersi ispirato a “Chinatown” (1974), il celebre film di Roman Polansky, scritto da Robert Towne. Quest’ultimo, a sua volta, aveva come punto di riferimento il noir classico americano, i romanzi di Raymond Chandler e Dashiell Hammett, il film “Il mistero del falco”(1941) di John Huston, tratto dall’omonimo romanzo di Hammett, e “Il grande sonno”(1946) di Howard Hawks, basato sull’omonimo romanzo di Chandler, e scritto da William Faulkner. Un percorso di grande interesse, quello di Pizzolatto, che raccontando l’America di questi anni, ci riporta, attraverso Polansky e Towne, al mondo del “noir” anni ’40, a grandi scrittori come Chandler e Hammett, a grandi registi come Huston e Hawks.

È auspicabile che percorsi analoghi possano essere tentati da autori televisivi italiani. Raccontando l’Italia del nostro tempo, potrebbero, ad esempio, lanciare un richiamo al mondo di Leonardo Sciascia e a quello di Pier Paolo Pasolini.