Il cinema italiano, il cinema europeo

Il cinema italiano, il cinema europeo

di Daniele Costantini – Direttore artistico di Roma Film Academy

Due dei tre film italiani in concorso al 68° Festival di Cannes, sono girati in inglese: “La giovinezza” di Paolo Sorrentino; e “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone, tratto dal seicentesco “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, definito da Benedetto Croce “il più bel libro italiano barocco”, e da Italo Calvino “il sogno d’un deforme Shakespeare partenopeo”.

“La giovinezza” è interpretato da Michael Caine, Harvey Keitel e Paul Dano; “Il racconto dei racconti”, da Salma Hayek, Vincent Cassel e Toby Jones. Lo scopo dei due registi è molto chiaro, realizzare delle opere di livello internazionale, destinate a una platea, appunto, internazionale, europea, forse americana. Ma, mentre gli attori del film di Sorrentino sono chiamati a interpretare personaggi inglesi, o americani, quelli del “Racconto dei racconti” interpretano personaggi italiani, o più precisamente, napoletani. Inoltre, mentre “La giovinezza” è ambientato a Davos, in Svizzera, “Il racconto dei racconti” interamente in Italia.

La scelta di Garrone potrebbe causare un certo disorientamento nel nostro pubblico, abituato ormai all’identità linguistica e culturale tra interprete e personaggio, come avviene in ogni altra cinematografia. È infatti impensabile che un attore italiano interpreti un personaggio francese in un film francese, oppure tedesco. Per non parlare del cinema americano, nel quale gli attori non americani (con l’eccezione di quelli inglesi) possono interpretare soltanto ruoli di personaggi stranieri, in genere marginali.

Ma già in passato, il nostro cinema, soprattutto quello degli anni ’50 e ’60, ha battuto, spesso con grandi risultati, il sentiero che percorre oggi Garrone. Basti pensare a “La strada”(1954) di Federico Fellini, interpretato da Anthony Quinn nel ruolo di “Zampanò”. Oppure, ad alcuni grandi film di Luchino Visconti, “Rocco e i suoi fratelli”(1960) e “Il Gattopardo”(1963), che avevano come protagonisti rispettivamente Alain Delon e Burt Lancaster: il primo nei panni di “Rocco Parondi”, un ragazzo lucano; il secondo, in quelli del principe don “Fabrizio di Salina” (Delon, ne “Il Gattopardo”, interpretava il ruolo di “Tancredi di Falconeri”). Il protagonista de “Le mani sulla città”(1963) di Francesco Rosi, “Tommaso Mottola”, uno spregiudicato costruttore edile e consigliere comunale napoletano, era interpretato da Rod Steiger. “Il grido”(1957) e “Deserto Rosso” (1964) di Michelangelo Antonioni, presentavano rispettivamente Steve Cochran nel ruolo dell’operaio “Aldo”, e Richard Harris nel ruolo dell’ingegner “Corrado Zeller”. In “Novecento”(1976) Bernardo Bertolucci scelse Robert De Niro e Gerard Depardieu per i ruoli dei due protagonisti, “Alfredo Berlinghieri” e “Olmo Dalcò”; Burt Lancaster per il ruolo di “nonno Alfredo Berlinghieri”, Sterling Hayden per il ruolo di “Leo Dalcò”, e Donald Sutherland per quello di “Attila Melanchini”.

Potremmo citare molti altri film, ma quelli nominati possono bastare per comprendere quale fosse la tendenza generale del cinema italiano in quel periodo. Negli anni successivi, il concetto di identità linguistica e culturale tra personaggio e interprete tornò ad affermarsi, e divenne sempre più raro trovare grandi attori stranieri nei ruoli di personaggi italiani. Al contempo, alcuni nostri autori cominciarono a pensare storie ambientate fuori dall’Italia, con personaggi stranieri, realizzando quella che Carlo Lizzani ha definito “la vocazione cosmopolita” del nostro cinema. “Blow Up”(1966) e “Professione Reporter”(1974) di Michelangelo Antonioni, erano interpretati,il primo, da David Hemmings e Vanessa Redgrave, e il secondo, da Jack Nicholson e Maria Schneider. “Queimada”(1969) di Gillo Pontecorvo, da Marlon Brando ed Evaristo Marquez. “Ultimo Tango a Parigi” (1972) di Bernardo Bertolucci, da Marlon Brando e Maria Scheider. “C’era una volta in America” (1984)di Sergio Leone, da Robert De Niro, James Woods ed Elizabeth McGovern. “L’Ultimo Imperatore”(1987) sempre di Bertolucci, da John Lone, Joan Chen e Peter O’Toole.

Dopo questa breve panoramica sul cinema italiano del passato, tornando a “La giovinezza” e al “Racconto dei racconti”, possiamo dire, per schematizzare, che Sorrentino segue la strada del Bertolucci di “Ultimo tango a Parigi” e de “L’Ultimo Imperatore”: storie ambientate all’estero, con personaggi stranieri interpretati da attori stranieri. Mentre Garrone segue quella del Bertolucci di “Novecento”: storie italiane, con personaggi italiani interpretati da attori stranieri.

In sostanza, i due registi non stanno tentando spericolate operazioni produttive, ma si muovono nel solco tracciato, alcuni decenni fa, da grandi registi come Visconti, Antonioni, Fellini, Pontecorvo, Leone, Bertolucci.

Al di là dei risultati economici che raggiungeranno i due film in questione, e a prescindere da come verranno accolti dal pubblico e dalla critica, nazionale e internazionale, quel che ci sembra certo è che si tratti di tentativi importanti, che vanno seguiti con interesse, con attenzione. Potrebbero stimolare altri registi ad alzare il tiro, a osare, a emergere, per citare il poeta e commediografo Donato Sannini, dalle “acque buie” di questi anni.

Nanni Moretti, a proposito dell’Orso d’Oro vinto al Festival di Berlino del 2012 da “Cesare deve morire” di Paolo e Vittorio Taviani, dichiarò che non si doveva parlare di un successo del cinema italiano, ma del successo dei due registi e dei produttori del film.

È un’osservazione lucida, del tutto condivisibile. Accade spesso che i progetti più ambiziosi, più innovativi, sia dal punto di vista artistico che produttivo, incontrino enormi difficoltà. Quando vengono realizzati, talvolta vedono la luce non grazie alle istituzioni cinematografiche del nostro Paese, ma nonostante queste stesse istituzioni.